Ufo e Alieni: Profeti "Alieni" nel Mondo ?

 

Se c'è una figura dell'Antico Testamento che, insieme a Noè, sembra aver fatto il giro del mondo, è quella di Elia. La storia biblica è nota: Acazia, re d'Israele, cadde  e si ferì malamente. La sua fiducia nei medici locali doveva essere tutt'altro che salda, se credette opportuno inviare una legazione all'estero, allo scopo di consultare i sacerdoti d'un dio esotico chiamato Baal-Zebub. Lungo il cammino la legazione incontrò però il profeta Elia che, seduto sulla cima d'una montagna, dimostrò scarsa comprensione per le idee d'Acazia, tanto che accusò il sovrano di pratiche a dir poco blasfeme e gli predisse morte sicura. 
Acazia, furibondo, spedì un ufficiale e cinquanta uomini ad arrestare Elia, ma il profeta, prima che qualcuno potesse mettergli le mani addosso, li disintegrò d'un colpo tutti quanti («Scenda del fuoco dal cielo e consumi te ed i tuoi cinquanta uomini!», ordinò il solitario della montagna. «E dal cielo scese del fuoco che consumò lui e i suoi cinquanta», nota la Bibbia). 

La stessa sorte toccò ad una seconda spedizione, e la terza si salvò per miracolo, implorando pietà. Dopo di che re Acazia morì regolarmente, ed Elia se ne partì per lo spazio in un vortice di fuoco: «E come essi continuavano a camminare discorrendo assieme», afferma ancora l'Antico Testamento, alludendo al profeta ed al suo discepolo Eliseo, «ecco un carro di fuoco e dei cavalli di fuoco che li separarono l'uno dall'altro, ed Elia salì al cielo in un turbine». 

Tre particolari colpiscono in questo racconto: la vampa annientatrice scatenata a comando, il «vortice di fiamma» (un'espressione ricorrente nelle tradizioni di tutto il mondo che sembrano alludere alla propulsione di veicoli cosmici) ed il fatto che Elia non se ne sia andato d'improvviso, in seguito ad uno di quegli inattesi rapimenti mitologici che servono egregiamente a liquidare la storia d'una scomparsa altrimenti inesplicabile, ma abbia preannunciato la partenza, proprio come se attendesse che qualcuno scendesse a prelevarlo. 

Ed i particolari in discorso si rivelano ancor più impressionanti se si considera che ricorrono nelle leggende di popoli lontanissimi fra loro. Quella amazzonica ci parla addirittura d'un Elipas che, sistematosi su una collinetta in compagnia d'un serpente, se ne andava in giro curando gli indigeni ed «operando strane magie di fuoco e d'acqua». La cosa continuò finché gli dei locali, seccati per la concorrenza, cercarono di fargli la festa e gli scatenarono contro «i malvagi uomini della boscaglia». Fu un fiasco tremendo: il serpente si diede a sputar fiamme, incenerendo la foresta, calcificando il terreno e facendo ribollire le acque del fiume, dopo di che Elipas tenne un secco discorsetto ai superstiti) annunciando loro che da quel giorno in poi avrebbero dovuto fare a meno dei suoi miracoli, e se ne andò per via aerea, cavalcando il serpente in un vortice di fuoco. Non è stato possibile stabilire se la tradizione amazzonica sia anteriore o posteriore all'era cristiana. «Mi pare comunque inammissibile», osserva l'antropologo R. Lodge, «che indigeni tanto primitivi, pur se giunti in contatto con missionari, abbiano acquisito una conoscenza così dettagliata dell'Antico Testamento, anche perché non si trova traccia, fra loro, d'altre reminiscenze del genere, se si escludono i miti relativi al diluvio, la cui origine biblica è, per di più, molto improbabile». 

Sintomatico è, poi, rilevare come i supposti veicoli celesti, spesso descritti come «carri di fuoco» nel mondo mediterraneo, divengano altrove «uccelli di fiamma», rigidi «serpenti infuocati»: sotto questa forma li troviamo in tutta l'America centro-meridionale, ed un'altra leggenda raccolta da Marcel F. Homet ancora in Amazzonia ci fornisce un'ulteriore versione della storia d'Elia: qui il nostro personaggio non se ne va cavalcando il serpente, ma facendosi inghiottire da esso! 

Il profeta biblico non è sconosciuto nemmeno in Asia: riferendovisi indirettamente, lo studioso britannico Raymond W. Drake richiama la nostra attenzione sugli eroi indiani che «s'innalzavano in cielo su carri volanti ed ingaggiavano duelli aerei, distruggevano i loro nemici con “dardi esplosivi”, annientavano intere armate con ordigni che richiamano alla mente le nostre bombe atomiche... I narratori di queste storie, nel loro semplice mondo, paragonavano le macchine aeree ad uccelli o ad animali, esattamente come, secoli dopo, gli Indiani d'America vedranno la locomotiva come un cavallo di ferro». Ecco, dunque, i «destrieri di fuoco» della Bibbia! 


Il furore e le stelle 
Steso lungo il fianco della montagna 
dorme il grande serpente 
lungo trenta aune e largo otto.
Il suo ventre è ornato di silici e vetri scintillanti. 
Ora io conosco il nome del serpente della montagna. 
Eccolo: “Colui che vive nelle flamme". 
Dopo aver navigato in silenzio, 
ecco che Rà lancia uno sguardo al serpente. 
Repentinamente la sua navigazione s'arresta, 
in quanto colui che è celato nella sua barca 
si tiene in agguato... 

Non siamo più in America, ma nella terra delle piramidi, e questo è un passo del Libro dei morti, una raccolta di testi magici attribuita al dio Thot ed ai suoi sacerdoti, risalente forse ad un periodo anteriore al 3500 a.C.. Ecco riapparire il mitico serpente cosmico, stavolta sulle sponde del Mediterraneo, ecco riaffiorare elementi «spaziali» che non mancano di colpirci con i loro sorprendenti particolari. 

E il Libro dei morti non incoraggia certo la permanenza sul piano strettamente mitologico, con il suo minaccioso serpe lucente immobile lungo il fianco della montagna, pronto a scatenarsi in un diluvio di fuoco, con la rabbia di Horus gridata allo spazio («Annienterò i demoni... quelli che percorrono il cielo,quelli che abitano la Terra, ed anche quelli che raggiungono le stelle»), con la descrizione — impressionante nel suo realismo — di morti abissi cosmici: « ... io m'approssimo alla zona maledetta nella quale sono cadute, precipitate verso il baratro, le stelle... in verità esse non poterono rintracciare le loro antiche orbite, perché la loro strada è ostruita...». 

Che il nostro globo, in tempi immemorabili, sia stato squassato dagli echi d'uno spaventoso conflitto planetario? Che vi sia stato addirittura coinvolto, in un'orgia di distruzione? L'idea può sembrare pazzesca; ma è altrettanto assurdo pensare che certe descrizioni d'un realismo agghiacciante per noi, uomini moderni, possano esser nate semplicemente dalla fantasia di popoli primitivi, che le stupefacenti concordanze dei miti di tutto il mondo siano puramente casuali. 

Splendenti conchiglie volanti si levano sulla Terra nelle leggende mongole, cinesi, giapponesi, indiane; piatti d'oro si librano a mezz'aria sull'America senza nome, dischi alati costellano il remoto passato dell'Egitto, della Persia (tra le raffigurazioni della tomba reale di Nacch i rustem, presso Persepoli, Dario I si volge ad Ahura Mazda, il dio della luce, scolpito su un disco che non è il Sole, raffigurato a parte, più in alto), «falsi astri» splendono un po' dappertutto, forieri di sterminio e di rovina. 
«Il furore avvampò fra le stelle», ricorda una tradizione mongola, i cui riferimenti restano purtroppo ignoti, «il furore accese Soli di morte...». E Raymond W. Drake, riportandoci in Cina, scrive: 
«Alcuni testi della dinastia Chou, riferendosi al 2346 a.C.. segnalano l'apparizione di dieci Soli nel cielo, un particolare che richiama alla memoria simili comparse sull'antica Roma, ricordate da Giulio Ossequente, i “prodigi celesti” medievali citati da Matteo di Parigi, e fenomeni analoghi, stranamente simili a quelli riferiti dagli osservatori di Ufo dei nostri giorni. 
«I manoscritti Chuangtsu (cap. 2), Liushich'unch'iu (12° parte, cap. 5) e Huanontsu (cap. 8)... descrivono con stile vivace come la Terra venisse colpita, durante il regno dell'imperatore Yao, da calamità terribili: un intenso calore arse le zolle, i raccolti furono distrutti, spaventosi uragani flagellarono le città e le campagne, i mari si levarono e ribollirono, sommergendo i campi, mostri enormi apparvero ovunque, seminando strage, e l'umanità temette l'apocalisse... 

Draghi di fiamma, uccelli di fuoco ed uccelli tonanti, serpenti alati e serpenti piumati: cerchiamo pure di frenare la fantasia, ma dovremo forzatamente ammettere che si tratta della trasposizione mitologica del medesimo concetto. D'un concetto espresso molto chiaramente — afferma il professor Tchi Penlao — da quella «macchina volante cilindrica» raffigurata su una piramide emersa dalle acque del lago Kunming in seguito ad un terremoto. «In questa regione», pensa di poter stabilire lo studioso, «viveva, 45 mila anni fa, una sconosciuta, evolutissima razza... ». 

C'è un paese che ha conservato più vivo e realistico il ricordo dei voli e delle battaglie d'un lontanissimo passato: l'India. Qui non sfrecciano in cielo draghi, serpenti o uccelli mostruosi, ma macchine; qui non si combatte con lampi magici e Soli falsi, ma con armi la cui descrizione è assai poco velata da elementi leggendari. 

James Churchward,  lo sconcertante studioso inglese le cui ricerche sono tutt'altro che trascurabili quando non sconfinano nelle speculazioni teosofiche, ci parla d'un manoscritto contenente la descrizione d'una nave aerea di 1520 mila anni fa. «L'energia», egli nota in un'opera redatta parecchi lustri prima che si parlasse d'astronavi e di satelliti artificiali, «è tratta dall'atmosfera in maniera molto semplice e poco costosa. Il motore è qualcosa di simile ad una turbina dei nostri giorni; lavora da una camera all'altra, e non si ferma, a meno che non venga arrestato. Se tanto non accade, continua a funzionare: la nave in cui è montato potrebbe girare per lunghissimo tempo attorno alla Terra, precipitando solo quando le parti che la compongono fossero consumate... ». 

Fantasie? Ascoltiamo una relazione dell'Accademia internazionale di ricerche sanscrite di Mysore: «I manoscritti di cui presentiamo la traduzione dal sanscrito descrivono vari tipi di “vimana” (vascelli semoventi) atti a viaggiare con forza propria in terra, in acqua o in aria, ed anche da pianeta a pianeta. Sembra che i veicoli aerei potessero venir arrestati nel cielo, persino resi invisibili, e fossero dotati di strumenti capaci di segnalare, anche a distanza, la presenza d'apparecchi nemici».

Ampie conferme ci vengono da numerosissimi testi: il Samaranganasutradhara fa la storia di voli fantastici compiuti sul mondo, verso il Sole e le stelle; un documento dell'epoca precristiana ci fornisce una dettagliata descrizione del carro celeste di Rama («... semovente era il carro, grande e ben dipinto; aveva due piani, e molte stanze, e finestre...»), di cui Valmiki, l'Erodoto indiano, canta in versi le imprese:«Il carro celeste a cui è aggiogata una forza mirabile, alata di velocità, dorato nella sua forma e nel suo splendore... il carro celeste salì sopra la collina e la valle boscosa... alato come il fulmine, dardo d'Indra, fatale come il lampo del cielo, avvolto in fumo e lampi fiammeggianti, rapida prua circolare...».

Centinaia e centinaia di storie simili ci attendono nelle tradizioni indiane: ecco la divina Maya volare su «un carro d'oro circolare, misurante dodicimila cubiti alla circonferenza, capace di toccare le stelle»; ecco il «metallico cavallo del cielo» del re Satrugit, il «cocchio dell'aria» di re Pururàvas. Persino nel IV secolo della nostra era troviamo un eroe del volo, il monaco buddista Gunarvarman, che se ne va da Ceylon a Giava su un apparecchio simile a quello degli antichi, scovato chissà dove! 

Non si creda che quelle degli Indiani preistorici fossero soltanto gite di piacere: proprio come noi, essi sembrano aver usato mezzi aerei sia per diporto che per operazioni belliche. E queste ultime, a giudicare dai racconti pervenutici, debbono esser state terrificanti. 
Ravana, il re dei demoni di Ceylon, nemico mortale di Rama, «volò sugli avversari [come ci narra un manoscritto del 500 a.C.], facendo cadere ordigni che causarono grandi distruzioni. Quindi fu catturato ed ucciso, e la sua macchina celeste cadde nelle mani del capitano indù Ram Chandra, che su di essa volò alla capitale Adjudhia...». 

E queste non sono che inezie. «Il Bhisma Parva»— ricorda Drake — «menziona armi come la “verga di Brahma ed il fulmine d'Indra”, i cui effetti rassomigliano a quelli prodotti da scoppi nucleari; il Drona Parva ci parla del “signore Mahadeva” e delle sue terribili lance volanti [missili?] capaci di distruggere intere città fortificate... e descrive le fantastiche armi di Agni, che annientarono interi eserciti e devastarono la Terra come bombe all'idrogeno». 

È possibile che non siano rimaste tracce di questi allucinanti conflitti? Le tracce ci sono, e numerosissime — ci rispondono gli indagatori — solo che ci prendiamo il disturbo d'andarle a cercare. Non è un'impresa facile, s'intende, poiché la giungla s'è chiusa da millenni sulle rovine, ma se riuscissimo a localizzare tutte le «città morte” della grande penisola, costelleremmo la carta dell'India di tanti punti quanti sono quelli che, su un atlante, ci indicano i centri attuali. 

Di tanto in tanto affiorano, in proposito, descrizioni che lasciano perplessi e sconcertati. L'esploratore De Camp, ad esempio, riferì d'aver visto, nella zona che si stende fra il Gange ed i monti Rajmahal, ruderi carbonizzati da qualcosa che non poteva essere un semplice incendio, per furioso che fosse: alcuni massi giganteschi apparivano fusi e scavati in vari punti, «come blocchi di stagno colpiti dagli schizzi d'una colata d'acciaio». 

In rovine analoghe s'imbatte, negli «anni venti», l'ufficiale britannico J. Campbell, più a sud, e fu colpito da uno stranissimo particolare: nel pavimento semivetrificato di quello che doveva essere un cortile interno, sembravano esser state impresse da una forza sconosciuta forme di corpi umani. 
Altri viaggiatori riferiscono d'aver scoperto nel cuore delle foreste indiane ruderi d'edifici mai visti, dalle pareti «simili a spesse lastre di cristallo», anche queste forate, crepate, corrose da agenti ignoti. E, penetrato in una costruzione del genere, simile ad una bassa cupola, l'esploratore e cacciatore H. J. Hamilton, ebbe la più grossa sorpresa della sua vita.  «Ad un tratto», egli ricorda, «il suolo cedette sotto i miei piedi con un crepitio curioso. Mi misi al sicuro, poi allargai con il calcio del fucile la buca che s'era aperta e mi ci calai. Mi trovai in un locale lungo e stretto, che prendeva luce da un tratto di volta crollato; al fondo vidi una specie di tavolo ed un sedile, del medesimo “cristallo” di cui erano fatte le pareti. Sul sedile era rannicchiata una forma bizzarra, dai contorni vagamente umani. Osservandola da vicino mi parve dapprima che fosse una statua danneggiata dall'azione del tempo, ma poi scorsi qualcosa che mi riempì d'orrore: sotto il “vetro” che rivestiva quella “statua” si potevano chiaramente distinguere i particolari dello scheletro!