Ufo e Alieni: Astronauti Maya a Palenque?

 

La piramide di Palenque sorge in un vasto campo di rovine maya, ad 8 chilometri dalla cittadina messicana da cui prende nome. Scoperta verso il 1950, tenne per anni occupata la spedizione condotta dall'archeologo Alberto Ruz Lhuillier. Furono necessari mesi e mesi d'estenuante lavoro per sgombrare l'interno del monumento dai detriti compressivi, per ragioni ignote, secoli or sono. Alfine ci si trovò davanti ad altre rivelazioni e ad altri enigmi. 

Palenque demolì l'ipotesi sostenuta con accanimento dagli archeologi tradizionalisti, secondo cui le piramidi americane si distinguerebbero nettamente da quelle egizie perché non sarebbero state mai usate come sepolcri: in un grande sarcofago di pietra rossa venne alla luce lo scheletro d'un uomo alto 1 metro e 73 centimetri, con il volto coperto da una maschera di giada, A chi appartenevano quei resti? Al «dio bianco» Kulkan, sostenne qualche studioso; ad un alto personaggio maya —affermarono altri, più prudenti — del quale ignoriamo ogni cosa, dal nome al tempo in cui visse. E tutti si trovarono a riflettere su una strana coincidenza: per scoperchiare il sepolcro era stato necessario il ricorso a complicate tecniche d'ingegneria moderna, proprio com'era accaduto con la tomba di Tutankhamon; ma se il locale era troppo stretto per consentire il sollevamento della lastra, come aveva potuto quest'ultima esservi introdotta e sistemata? 

Da Palenque ci viene un'ulteriore conferma di quanto abbiamo osservato a proposito dei disegni indecifrabili di veicoli cosmici: le incisioni sulla pietra tombale conobbero i più diversi, approssimativi e cervellotici tentativi d'interpretazione; ma quando le riproduzioni caddero sotto gli occhi di studiosi non digiuni in materia d'astronautica, prese forma la versione allo stesso tempo più semplice, più logica e più fantastica. 
Il numero dell'ottobre 1966 della rivista torinese «Clypeus» (ma anche da diverse altre pubblicazioni in tutto il globo), edita da un serio gruppo d'appassionati di esobiologia e di fenomeni spaziali, comparve con una curiosissima fotografia in copertina. Si sarebbe detta, a prima vista, una composizione allegorica per un romanzo di fantascienza: era invece la foto della famosa lastra del sarcofago di Palenque! 

«Quando un popolo vuole lasciare un messaggio indistruttibile, capace di battere il tempo, lo affida alla pietra, il solo materiale che può sfidare l'eternità», scrivevano, a commento, i corrispondenti francesi di «Clypeus» G. Tarade ed A. Milieu. «Nel nostro caso, è ciò che hanno fatto gli scienziati maya. La scultura, nitida, equilibrata, è una delle più belle e delle più fini conosciute. 
«Il motivo principale è circondato da 24 simboli che ci fanno pensate alla “Porta del Sole” di Tiahuanaco, disposti nel seguente modo: 9 in alto (= cielo), 9 in basso (= Terra), 3 a sinistra (= ovest), 3 a destra (= est). Questi geroglifici riguardano certo il pilotaggio della nave. 
«Il personaggio rappresentato porta un casco e guarda in direzione della prora della nave; le sue mani sono occupate, e sembrano manovrare leve; la testa poggia su un supporto, ed un inalatore penetra nel naso. 
«L'uccello sulla prora è un pappagallo, che per i Maya simboleggia il dio Sole.  Sempre sulla prua, troviamo tre “ricettori” che accumulano l'energia; altri se ne scotgono, a serie di tre, intorno al veicolo. Il motore è suddiviso in quattro parti; il sistema di propulsione si trova dietro il pilota... nella parte posteriore è nettamente visibile il getto di fiamma». 

Quando la nostra scienza sarà più progredita, i disegni di Palenque, di Tiahuanaco e di molte altre zone archeologiche, «interpretati tecnicamente», potranno forse fornire idee preziose, agli artefici del progresso astronautico: così pensano Kasanzev, Žirov, Agrest. E che non facciano della letteratura utopica, ci viene confermato da un precedente molto significativo. 

Scorriamo una comunicazione indirizzata dalla NASA allo scienziato Zeissig: 
«I nostri osservatori ritengono che l'ipotesi concernente la tuta raffigurata nei documenti da lei inviati sia molto interessante. È stata preparata una tuta analoga che, inviata alla direzione generale per le attrezzature astronautiche della NASA, è ora in via di perfezionamento. Le rendiamo noto, inoltre, che i dispositivi di comunicazione, le montature speciali degli oculari, le articolazioni, le cerniere a sfere e gli accorgimenti per il mantenimento della pressione che lei ha elencato e che sono indicati nella fotografia, sono stati inclusi dalla direzione citata nella variante rigida della tuta spaziale». 

Quali documenti aveva inviato Zeissig all'ente americano? Le foto ed i disegni d'alcune strane statuette nipponiche da lui esaminate assieme al collega Matsumura: figurine dal capo deforme, gli arti ed il tronco arrotondati in maniera innaturale, coperti di curiosi disegni. 

In Giappone la produzione di statuette ebbe inizio nel tardo «periodo Jomon»: si trattò, al principio, di raffigurazioni rozze, elementari, ottenute plasmando la creta; in seguito ebbero occhi, naso, bocca, mani, braccia e gambe ben identificabili. Poi, ad un tratto, comparvero le bizzarre immagini deformate, chiamate dogu, che si suppongono modellate dapprima con la terra, quindi copiate in pietra. 
Gli studiosi rimasero non poco perplessi dinanzi a queste figurine. A colpirli in modo particolare fu la zona corrispondente agli occhi, occupata in alcuni dogu da due grosse sporgenze ovali con una fessura orizzontale al centro, in altri da una specie di finestrella rettangolare. Nel 1894 il dottor Shogoro Tsuboi osservava che gli ovali facevano pensare agli occhiali usati dagli eschimesi per difendersi dalla neve, ma le sue parole lasciarono indifferenti i colleghi, i quali chiusero la questione dichiarando che le statuette raffiguravano antiche armature. «Antiche armature» sui disegni delle quali gli esperti statunitensi hanno oggi realizzato, come abbiamo visto, perfette tute spaziali! 

«Matsumura e Zeissig», scrive Kasanzev, «erano infatti sicuri che il “costume Jomon” rappresentasse fedelmente un tipo di scafandro usato da visitatori provenienti da altri pianeti. I cosmonauti dovevano indossarlo in volo, non sulla Terra, aggiungendo guanti e stivali alla tuta stessa. A conferma di questa loro tesi, i due studiosi ricordano una raffigurazione del dio della saggezza Hitokotonusi, che, secondo un'antica leggenda giapponese, sarebbe sceso sulla Terra per insegnare agli uomini la sapienza e farsi consegnare da loro tutte le armi che possedevano. È degno di nota il fatto che questa figura antropomorfa dal volto europeoide, a cui si ascrive il più vecchio disarmo del mondo, indossa un “costume Jomon” con tutti i dettagli, escluso il casco». 

I contatti dei creatori di dogu con gli esseri venuti dallo spazio (come li potremmo definire altrimenti, dopo l'esperimento della NASA?) non debbono esser stati né sporadici né brevi: le statuette si trovano infatti in numero considerevole nelle prefetture di Kamegaoka, Aomori e Miyagi, fra le rovine delle zone di Tohoku e Kanto, e chissà in quanti altri luoghi ancora. Gli scultori hanno certo avuto agio d'osservare a lungo, minuziosamente, i loro modelli: non solo hanno infatti riprodotto diversi tipi di caschi (alcuni dotati di «finestre» rettangolari, altri di oculari), ma hanno colto i dettagli di tute non completamente identiche, se pur fabbricate sui medesimi schemi generali. 

Ecco come l'esperto giapponese Isao Washio ci parla degli scafandri: «I guanti sono fissati all'avambraccio mediante un attacco tondeggiante, a palla; gli oculari possono venir aperti o chiusi a fessura: ai loro lati si distinguono levette forse destinate a regolarli; la “corona” sul casco è probabilmente un'antenna... i disegni sulla tuta non sono ornamentali, ma corrispondono a dispositivi atti a regolare automaticamente la pressione». 

«Quelli riprodotti nelle statuette Jomon», nota, dal canto suo, l'americano J. Ehernandez, «non sono gli unici cittadini d'altri mondi scesi sulle isole nipponiche. Prima di loro, prima dei leggendari Kappas, le terre del Sol Levante conobbero altri “stranieri”... i resti dei monumenti che li ricordano si specchiano ancora nel mare, divengono foirse visibili in certe ore del giorno, in certi giorni dell'anno, nei loro veri tratti che poi tornano a sparire, roccia nella roccia... qui come in uno dei più enigmatici angoli del globo, a Marcahuasi».